Direttori, vil razza dannata!
- Selene Zanetti

- 24 set 2025
- Tempo di lettura: 11 min
Disclaimer: l’intento di questo post è quello di alleggerire con delle tempere “Giotto” la violenza espressiva de “Saturno devorando a su hijo” di Francisco Goya.
...a buon intenditor.

Con le teste di “patronimico” ci abbiamo tutti a che fare una volta nella vita e si dice che “quello che non uccide, fortifica”.
(Lo so, l’esordio non è dei migliori, ma poi mi riscatto).
Se si potesse catalogare il mondo, tutto sarebbe forse più semplice ed intellegibile, ma anche estremamente noioso, prevedibile e stecchito in formalina dentro una teca.
Tentavo, l’altro giorno, di ragionare sulle mie esperienze con i direttori d’orchestra e mi sono resa conto che effettivamente è impossibile catalogarli su mensole precise perché ciascuno di loro porta con sé il peso della propria succulenta unicità e, ancora di più, della propria personalità, ma ci sono senz’ombra di dubbio delle somiglianze fenotipiche raggruppabili in quelli che possono essere considerati difetti, o nei, o punti deboli, o semplicemente rotture gonadiche.
Ecco a voi, dunque, “Il Catalogo” da me redatto, ma totalmente aperto a qualsiasi tipo di aggiunta, modifica, critica, denuncia, querela ed elogio, chiaramente!
Come non rompere il ghiaccio con “I Curriculati”, ovvero quelli che devono assolutamente convincere delle proprie abilità e della propria preparazione a parole e con articolate orazioni e scoordinamenti delle proprie gesta (e gesti!!!), poiché dal podio e con la bacchetta in mano non ne sono in grado; generalmente si presentano prima declamando il curriculum vitae corredato dai nomi dei teatri in cui hanno lavorato, dai nomi degli insegnanti che hanno avuto (testimone, io, della seguente: “Giuliani, Karajan e io”. Sipario.), dal numero nel conto corrente e poi, forse e se si ricordano, con il loro cognome e nome.
Seguono “I Minacciatori”, ovvero quelli che dalla buca ti fanno il famoso ed irritantissimo gesto del “guardami” (due dita puntate sugli occhi e le sopracciglia aggrottate”, o nella versione peggiore, ti indicano pure con l’indice e poi ti fanno il gesto suddetto) per farti capire che secondo loro non stai andando a tempo.
Poco importa se li stai guardando dal monitor laterale... semplicemente per il fatto che non li stai guardando nelle palle degli occhi, stai sbagliando.
(Nota per i non addetti: dal palcoscenico, se ti giri a destra o a sinistra, troverai sempre uno schermo che trasmette l’immagine del direttore in diretta, perché per chiari motivi scenici può capitare che tu non possa stare a fissarlo vis a vis, ma che tu debba anche girarti ad interagire con i tuoi colleghi!)
Questi sono da bruciare al rogo perché con questo gesto non sortiscono alcun effetto se non quello di creare più disagio sul palcoscenico tra i cantanti, senza considerare il fatto che nel momento in cui il direttore sente il bisogno di fare questo gesto significa che si sta renendo conto che sta perdendo l’intera situazione di mano.
Poi ci sono “I negazionisti”, ovvero quelli che scuotono la testa quando qualcosa va storto. Mentre stai cantando!!!
E allora pensi e ripensi a quale colpa ti si stia recriminando, se quella nota fosse troppo lunga, troppo corta, troppo NORMALE?!?!!?!?!? E poi, magari, viene a scoprire che scuotevano la testa al trombonista che era in missione speleologica nelle sue coane nasali oppure al pensiero di dover tornare in un albergo che chiude la cucina alle 21.
Ecchecc-.
“Gli abbandonati” ovvero quelli con la sindrome d’abbandono, quelli che vengono a dirti che devi assolutamente seguirli, altrimenti ne va della loro vita... o semplicemente non si sentono abbastanza compresi e considerati. Questi, in realtà, fanno tenerezza, perchè pare proprio che sia una questione di vita o di morte e allora quando sali sul palco, insieme all'occhio da falco vigile sul loro gesto, elargisci anche un tenero sorriso per rassicurarli che stanno facendo tutti i compitini nel modo giusto.
"Bravo, bravo".
“I cronometristi” ovvero quelli che se provi a chiedere un tempo un po’ più tranquillo rispetto al loro, ti rispondono che non sono loro ad andare veloce, ma sei tu ad essere lenta.
And the other way around... CHE E' ANCORA PEGGIO perchè ti portano all'asfissia, alla rigidità muscolare, all'ipossia, agli occhi iniettati di sangue e spremuti fuori dalle orbite, quelli che ti uccidono e ci godono nel farlo. Mannaggia a loro.
“Gli Accordatori”. Questi mi piacciono! Sono quelli che con il pollicione (sempre tutto durante una recita, non sia mai che te lo dicano durante le prove, eh no, ciccia!) ti descrivono la curva di intonazione: pollice in giù se sei crescente e pollice in su se sei calante. Di solito questo gesto si accompagna ad un’emiparesi spastica facciale per esprimere il più completo disappunto e fastidio per quel mezzo comma di discrepanza tra la tua emissione vocale ed il loro apparente orecchio assoluto. Sure! 👍
Poi ci sono “ I Bareta Fraca’” (in dialetto veneto, letteralmente, “cappello schiacciato in testa fino a coprire gli occhi”) cioè quelli che non ti guardano. Non ti guardano manco fossi Medusa!!!
No, loro ficcano la testa dentro lo spartito, guardano l’orchestra da sotto le sopracciglia spesso molto evidenti e tu... beh, tu ti devi attaccare perché probabilmente o la tua bellezza è acciecante “e li occhi no l’ardiscon di guardare”, o un problema alle cervicali impedisce loro di sollevare il capo oltre il bordo della buca orchestrale, oppure semplicemente “non vali un cazzo e ti conviene starmi dietro altrimenti poi vedi”.
Poi ci sono “Gli epitetici”, ovvero quelli che ti chiamano “amore mio” o in un’altra infinità di nomignoli zuccherini al cui ricordo rabbrividisco di orrore. Di solito lo fanno con un microfono in mano. Durante una prova aperta al pubblico. Con tanto pubblico ad assistere. In quel preciso istante Satana stacca la ricevuta d’acquisto della tua anima perduta.
Poi ci sono i “The Pig”. Tasto delicato.
Mi trovavo nel mio camerino giusto prima dell’inizio di una recita; il direttore, come da tradizione, viene a farmi l’”in bocca al lupo”. Ero in vestaglia. Lui si avvicina con occhio languido, mi sfiora con una mano la guancia e mi dice “sei proprio una bella ragazza”. Ho represso un conato di vomito e ho ricambiato l’augurio per una buona recita.
“Cosa c’è di male in un atteggiamento del genere”, dici tu?! “Sei paranoica e non è successo niente.” È vero. Fortunatamente non è successo nulla, però le dinamiche gerarchiche che si instaurano nel corso del periodo delle prove, indirizzano direttamente ed inevitabilmente verso un tipo di interpretazione del linguaggio verbale e non del corpo, piuttosto che un’altra.
Ci sono anche, però, i “Pig 2.0”. Mi ritengo fortunata di non averne mai incontrati personalmente, ma sfortunatamente ho incrociato persone con storie di ricatti ad “andare” con un direttore per poter proseguire nella carriera. No... quelle che sono venute fuori ultimamente non sono dicerie. Ultimamente vi siete indignati quando l’anno scorso fa è venuta fuori una certa storia riguardante un certo cantante ed è stato urlato allo scandalo, ma onestamente la nostra risposta è stata “ebbeh?! Che novità è mai questa?!”. Lascio il giudizio alle autorità competenti.
Poi ci sono i “The NewComers”, bellini loro... sono quelli appena arrivati sui palchi veri, pieni di entusiasmo, pieni di quelle bellissime idee frutto di studio matto e disperato della partitura, quelli che ti trovano significati segreti ovunque e non si arrendono di fronte al “maestro, è un errore di battitura”. Questi sono quelli che al pianoforte ti regalano emozioni inenarrabili e ti pompano le aspettative a manetta con le dinamiche, i fortissimi, i pianissimi, i “perché qui ha messo un accento”, “perché qui è legato”, “qui è puntato”, con i “sono tutti stati d’animo che ti chiedo con il mio povero cuore sanguinante in mano di tirare fuori dal tuo spirito artistico e dalla metempsicosi della tua esistenza”... poi è tanto se riescono a battere a tempo e a tenere insieme l’orchestra.
Poi ci sono “I Ballerini” ovvero quelli che saltano sul podio e dirigono come se stessero ballando la Macarena e ciaoproprio a beccare un attacco! Sono meravigliosi da guardare perché ti scatta il ballo di gruppo in 0-2, solo che se sei nel bel mezzo di un cambio di tempo (cosa molto complicata perché il direttore deve far cambiare tempo a tutti anticipando il nuovo tempo quando tutti stanno ancora eseguendo quello precedente, un casino, insomma), puoi rimanere a fissarlo senza sbattere le palpebre fino a quando inizieranno a sanguinarti gli occhi, ma te la prenderai sempre in quel posto.
SEMPRE!
Poi chiaramente sarà colpa tua e ti beccherai il famoso gesto sopra citato!
Poi ci sono le donne.
Altro tasto dolente, soprattutto in questo periodo storico. Faccio forza del fatto che sono una donna e quindi mi sento più legittimata a giudicare altre XX.
SEH.
Non ho nulla contro le donne che decidono di salire su un podio con una bacchetta in mano, tranne quando si mettono ad ostentare una dose di testosterone che biologicamente, ahimè, non hanno.
Soprattutto, poi, se decidono di mettersi il frack e la brillantina in testa.
Soprattutto quelle che ritengono che rinunciare alla propria femminilità per ottenere più autorevolezza, sia la chiave del successo.
Soprattutto quelle che esasperano famosi atteggiamenti non proprio equilibrati di direttori ormai morti nel tentativo di dimostrare che la loro bacchetta è più lunga di quella dei colleghi maschi, sfociando però in ridicole e grottesche parodie di loro stesse. Poi sono le stesse che a fine recita vengono da te a dirti “Girl power”. No, thanks.
E mi fermo qui. Che è meglio.
Poi ci sono “I lanciatori di freccette”: sono chiarissimi, dico sul serio, e ti lanciano -letteralmente- gli attacchi con la tipica mano in posizione “freccetta” che quasi quasi ti viene da scansarti per non prenderti l’attacco in mezzo agli occhi. Sono paurosamente realistici!
Bravi... o per lo meno chiari.
“I politici”: quelli che -ahimè- antepongono le dinamiche sociali a quelle dello spartito. Quelli che venderebbero la propria madre pur di riuscire a saltar su quel determinato podio, con quel determinato cast, a quel determinato cachet, etc. Solitamente quelli che appartengo a questa categoria si trasformano ne “I curriculati” poiché tutto fa brodo, tutto é fondamentale al lustro curricolare.
Olè.
“I Tiranni” che si dividono in due categorie: i tiranni contro tutti e i tiranni specializzati.
I primi sono incazzati dalla nascita e secondo loro probabilmente nessuno dovrebbe fare musica perché qualsiasi approccio alla musica è considerato un affronto alla memoria del compositore morto e decomposto. La musica la sanno fare solo loro e come dicono loro... tutti gli altri dovrebbero cambiare mestiere.
I secondi, che a mio avviso sono i peggiori, sono quelli che ad ogni produzione scelgono il capro espiatorio sul quale riversare tutti quei turbamenti che scatenano in loro emozioni ingestibili. Le motivazioni per cui la loro vittima sacrificale non avrebbe ragione di esistere possono essere le più disparate... e talvolta addirittura le più assurde. Se lo sfortunato di turno ha una buona resistenza psicologica, la produzione vedrà il termine, altrimenti c’è sempre qualcuno che se ne va a causa di questi despoti ingiustificati, arroccati sulla loro arroganza e prepotenza dalla quale pontificano e condannano a morte il malcapitato di turno.
Potrei andare avanti ad oltranza, ma ho preferito descrivere quelle che sono le categorie più evidenti, più ambigue, difficili e, purtroppo, inevitabili.
Sarei, però, alquanto ingiusta se facessi terminare questo sproloquio qui, perché di direttori ce ne sono parecchi, ma fortunatamente ci sono anche quei fantastici Musicisti che decidono di asservire umilmente questa grande arte e fanno di tanti individui, una grande unità.
Sono quelli che ti chiedono addirittura la tua idea senza fare discriminazioni di sesso, razza, età o strumento!!!
Ripeto... vengono da te e ti chiedono come la pensi... La “tua idea”!!!
Sí perché anche se il nostro percorso di studi in conservatorio non dura quanto quello di un organista e anche se non studiamo attivamente 10 ore al giorno come certi strumentisti si impuntano nel sottolineare, ignorando il fatto che nessuno può cantare 10 ore di fila (la corda vocale si usura più facilmente della corda di violino e non la si può sostituire una volta “rotta”), noi cantanti siamo preparati e, guarda un po', abbiamo la nostra idea su quello che stiamo cantando.
Di capre ce ne sono ovunque... sia da una che dall’altra parte, ma spesso si tende a prendere come pecorone espiatorio un tenore che non sa come orientarsi quando il direttore gli dice “riprendiamo dalla risoluzione quinto-primo della sesta napoletana” piuttosto che i... che ne so... flautisti?!
Il problema, onestamente, non è la sesta napoletana... giusto recentemente parlavo con un mio carissimo amico, nonché direttore d’orchestra con carriera in vertiginosa ascesa e mi diceva che il pregiudizio, come sempre, non è totalmente infondato, poiché se di pecoroni ce ne sono a greggi, di mosche bianche che si presentano con una lettura ed interpretazione consapevole e coscienziosa dello spartito sono davvero poche e l’abitudine al mediocre è la logorante malattia di questo secolo incancrenito.
A tali premesse segue, quindi, il circolo vizioso di tutti quei comportamenti sopra descritti, quasi di “evitamento dovuto a mera rassegnazione”.
Il mio personalissimo sogno è quello di riuscire ad incontrare quanti più direttori possibile disponibili ad ascoltare a orecchie e mente aperta le proposte musicali ed interpretative che ho maturato nel corso dello studio del ruolo e che poi, senza arroganza e/o imposizione, espongano il loro punto di vista, con la pazienza di scendere nei particolari più minuziosi in modo tale da rendere la collaborazione artistico/musicale del tutto personale, unica e quindi inevitabilmente viva!
Una frase che piace molto ai cantanti da dire ai direttori per farsi ben volere è: “Maestro, non si preoccupi, La seguo” che -per i non addetti ai lavori- significa che la tua esecuzione canora vedrà al 100% il volere e le idee del maestro messe in primo piano e tu ti adatterai e ti sottometterai alla sua volontà (leggi: tempi, dinamiche, colori, significati e significanti...).
Una frase che, invece, viene detta dai direttori e piace gran poco ai cantanti è “mi segui, tanto sono molto chiaro”.
Ecco. Già la necessità di sottolineare che tu, direttore, sei chiaro ed intellegibile, ti pone già in quella pletora di persone che cercano di autoconvincersi di una cosa solamente ripentendola ad alta voce.
Wow! È come se io mi convincessi del fatto di essere magra solamente perché me lo ripeto e lo ripeto a chi mi è attorno.
“Sono magra, capito!?”
Il punto è che fare musica non è proprio per niente una questione di inseguimento.
Fare musica è il miracolo della collettività e comunità.
È, nella sua migliore esecuzione, la perfetta espressione di una microsocietà formata da una piramide gerarchica precisa che, però, non ha possibilità di esistere senza il supporto e la collaborazione di tutti gli strati.
E, lasciatemi la sciocca freddura, come in ogni società che si rispetti, chi sta al vertice non fa nulla di quello che gli strati sottostanti fanno!
Pensaci un attimo: il direttore è l’unico musicista che effettivamente non suona alcuno strumento.
Ad ogni modo non me ne vogliano i direttori (richiesta decisamente inutile a questo punto!): tenere insieme un’orchestra è difficile ed ogni orchestra è diversa e ha tempi di reazione diversi, tanto che ricordo di essermi ritrovata -un po' di tempo fa- in una conversazione tra direttori e sono rimasta così piacevolmente sorpresa nel vedere come anche loro parlino nello stesso modo in cui parliamo noi cantanti quando c’è qualcosa che non funziona o che mina la loro sicurezza.
La frase che ha definitivamente sciolto il cuore in un brodo di infinita tenerezza è stata, cito, “con quell’orchestra stavo perdendo la fiducia nel mio levare”!
Nota per i non addetti: perdere la fiducia nel “levare” significa perdere la sicurezza di saper fare qualcosa bene perché il contesto in cui ti trovi mina la tua autostima nella realizzazione di quel determinato qualcosa che però sai di poter fare molto bene.
Siamo tutti esseri umani soggetti ad infinite debolezze, ma al contempo sono proprio questi chiaroscuro che rendono la musica così personale. Sono proprio queste le differenze di cui si dovrebbe parlare. È proprio questa la base su cui costruire una solida impalcatura fatta di fiducia e di rispetto, perché nessuno di noi è una macchina, ma tutti abbiamo sentimenti e sensazioni che sono l’elisir di eterna giovinezza di cui la musica, soprattutto quella classica, ha disperatamente bisogno al giorno d’oggi.
In due parole?!
Onesta autenticità.
Mado', sembra una lezione di catechismo...!!!
AHAH!
Ciao, alla prossima!



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